11.

Ho sempre portato una lama in tasca, non necessariamente per difesa, mi piaceva pensare di avere a portata di mano la mia morte, mi piaceva pensare di essere padrone dei miei respiri e piuttosto che farmeli estorcere mi abbandonavo all’idea che quella lama, che affilavo metodicamente, un giorno avrebbe accarezzato il mio collo liberandomi dal peso insostenibile della disfatta. Ma così non è stato, mi sono fatto estorcere i miei respiri, nonostante fossi armato. ho guardato in faccia il mostro e ho avuto paura, paura delle loro pistole, paura della mia paura, paura di andarmene tra gli sguardi di terrore misto a disprezzo, paura di morire senza aver mai capito chi sono e cosa ha spinto le mie azioni, paura di aver indirizzato il mio odio dalla parte sbagliata, paura di esser proprio io ad oliare la macchina che mi opprimeva. Ho temuto la morte proprio come temevo la vita. Non ho ancora capito chi sono, non credo di esserci neanche vicino, forse sono uno di quelli che si butta nel caos alla ricerca di ordine, forse un tassello importante della mia vita è nascosto in questo cemento ed è per questo che il destino continua portarmici, ma forse o quasi sicuramente sono solo uno stronzo che ha bisogno di crederlo per non lasciarci morire. State tranquilli vivrò, vivrò fino a quando diverrò chi sono non chi vogliono che sia.

Edmond Dantés

Welcome to Rebibbia.

Catapultato in un’altra realtà, welcome to Rebibbia frà!

Catapultato in un’altra realtà piena di situazioni che per ora non posso raccontarvi, lascio immaginare. Qui ci sono detenuti di ogni specie ergastolani, narcos, assassini. Essendo un penale, di regola, ci sono quelli con le condanne alte, la mia condanna a tre anni è poca roba in confronto alle loro. I miei due anni e mezzo di carcere già fatto sono niente di fronte ai loro venti, e altri venti ad aspettarli. Mi sento spaesato, è diventato tutto più grande ed io mi sento più piccolo, persino la mia età si è ridimensionata. Regina coeli è piena di ventiquattrenni, qui no, qui per molti sono un “bambino”. Forse voi non sapete che Rebibbia ha due complessi, il nuovo e qua, quelli della mia età si trovano al nuovo, da quello che mi hanno detto è un evento straordinario che io mi trovi qui.

Vado avanti. Sono perso, ma non mi perdo. Nonostante tutto i miei occhi ancora brillano, non credevo ma è così, avrei potuto pagare un prezzo più alto, ho retto, non sono un rassegnato. Guardo il mio Demone ogni giorno ma non fuggo, sento una solitudine abnorme ma è temporanea, esiste l’amore, l’amore è lì fuori e non voglio far passare altri quindici anni qui dentro così da sfuggirgli. Se brucia accetterò lo scotto, meglio un’ustione al cuore che il gelo de ste mura.

Edmond Dantés

A te.

Ciao, forse nessuno mi conosce a fondo sai, c’è più Edmond in me di quanto si creda, è facile nascondersi dietro un muro di rabbia già costruito, è facile giustificare la follia se chi ti ha addestrato è folle, è facile persino dormire vicino ad un vile assassino, perché nulla mi spaventa di più di quel mio manto di dolcezza che ho tagliato e ritagliato, ma ricresce sempre. Non sapendo esprimermi ho cercato di spegnermi, e, a volte ci sono riuscito. Non accettavo di essere un sognatore, perché non c’erano più sogni, odiavo l’amore, perché vidi mia madre quasi morire per esso. Ma alla fine ho capito, ho raggiunto un compromesso, odierò ed amerò ma non allo stesso tempo.

La dolcezza non è un tormento, grazie ad essa sta sbocciando un fiore nel cemento.

Sia io che Edmond viviamo grazie a te, è per te che ho preso il primo libro in mano per poi capire che amavo leggere, è per te che ho smesso di temere la luce, facendo uscire parte di me allo scoperto, è per paura di darti troppo dolore che non mi sono mai lasciato morire. Mia cara, ho scelto la solitudine per non macchiarti, ma tu mi hai seguito anche a distanza, ho sperato che tu ti arrendessi così da non avere più input per lottare, ma sei rimasta e dio solo sa che folle io sia stato. Forse è solo grazie a te se la mia dolcezza non si è spenta e i miei occhi ancora bramano amore, perché nonostante odiassi tutto il mondo

Non potevo odiare Te.

Edmond Dantés

A Natale puoi.

Odio l’atmosfera natalizia, odio l’ipocrisia che riscalda questo mese freddo, odio passarlo qui, odio me stesso e tutti i falsi sorrisi e grazie che distribuirò. Odio il natale perché mi spinge ad odiare più del dovuto, ma dopotutto quello che mi rende interessante è proprio l’odio, quindi con tutta l’incoerenza possibile:

Buon Natale, fate i bravi.

“A natale puoi”…

Cosa vuoi? Sono pronto ad un duello da cowboy

Odio sempre questo mese così enjoy.

Natale con Balocco, Bauli e Maina

De sto cibo c’hai la smania,

compri merda made in China.

“A Natale siamo tutti più buoni”

Tranne coi gommoni, siamo buoni:

solo fuori dai coglioni!

Natale, pasqua e capodanno,

passi pure il compleanno,

siete in festa tutto l’anno

il pandoro non ha rango

sempre in culo ce lo danno.

Edmond Dantés

10.

Paura.

La mia mente rigetta il futuro perché ho paura di lui, non vola nel passato perché non mi ci riconosco più. Temo di aver visto così tanto da esser diventato cinico, ho messo uno scudo, questo scudo mi difende ma mi emargina. Vorrei percorrere il passato e capire senza rabbrividire, vorrei sentire pronunciare il mio nome, guardarvi negli occhi e senza nessuno scudo dirvi:

ho paura, ho una fottuta paura, ho paura che nessuno possa amare una mente così astratta, ho paura e fingo, ho paura e attacco, persino ora che scrivo ho paura, ho paura di essere troppo struggente, ho paura di rimanere solo. Ho paura degli sguardi che scruteranno il mio corpo disegnato, ho paura del loro giudizio, ho paura che non costruirò mai il mio piccolo mondo. Ho paura di morire senza aver lasciato niente. Ho paura di cose che a voi faranno ridere, ho paura della realtà quotidiana perché credo che quasi nulla sia reale. E’ una vita che affondo e riemergo, ho paura di non riemergere più.

Il mio modo di scrivere è struggente,

 sono dolore dipendente

 è il fardello del perdente,

fa di tutto e non conclude niente.

Sogno sempre in ritardo,

le mie gioie a qualcun altro

un’altra volta ha vinto il banco

sono stanco.

Stanco di non sentirmi all’altezza,

vorrei perdermi in una dolce brezza

tra le braccia di una donna che mi dona certezza.

Ho paura di non essere mai amato, ho paura che si occulti il mio grido disperato.

Edmond Dantés

rime 2.

STRONZO.

 

Questa poesia la dedico a uno stronzo che le ha viste tutte

Più che belle brutte.

Mi ripetevo sono un ribelle

regalando anni come caramelle.

Celle dopo celle

Ho deturpato la mia pelle.

Stronzo.

Ti credevi mostro,

sei l’uomo più dolce che conosco.

Stronzo,

volevi fare il duro

il male che hai fatto ha tracciato il tuo futuro.

Stronzo.

Ti guardi e non ti vedi

È solo un caso se stai ancora in piedi.

Stronzo,

perdonati

e poi puoi perdonare, non ti fare ammaestrare.

Stronzo

Continua a lottare, non ammettere bare.

Edmond Dantés

lettera per voi.

Non ho mai trovato approvazione in ciò che facevo e ora che trovo la vostra nei miei racconti ho paura, ho paura di non essere all’altezza delle mie frasi ad effetto, ho paura di deludervi. Non vi conosco, ma voi mi rendete partecipe delle vostre vite, date voce ai miei pensieri, date voce a un uomo muto che conosce perfettamente questa canzone ma non la può cantare.

Forse qualcuno di voi avrà cercato di darmi un volto, magari qualcuno ci sarà riuscito. Io sono uno dei tanti ragazzi tutti disegnati che non esprime fiducia, io sono uno di quelli che con l’ingiustizia ci scende a patti tutti i giorni.

Io sono una voce in una cella, io sono in ogni volto di chi subisce ma non resta a guardare, io sono il nome in bocca ai servi che mi ingabbiano. Chi io sia realmente non importa e tanto meno la forma del mio viso, ma i miei occhi li potete vedere, li avete già visti. I miei occhi sono quelli di tutti i ragazzi che vivono ai margini, i miei occhi sono quelli di un randagio. Occhi pieni di solitudine perché a quella ci hanno costretto, i miei occhi sono in tutti quelli che l’unica giustizia che conoscono è quella inflitta dai carnefici, i miei occhi sono gli occhi di chi si rivolta all’ingiustizia e la sua fame la trasforma in rabbia, il mio volto è il disagio, la mia voce è il dolore.

I miei occhi li conoscete, questo è il mio volto. Se dovreste vederlo in una qualsiasi persona sorridete, quelli che digrignano i denti sono già troppi.

Edmond Dantés