LADRO DI BICICLETTE.

Povero il buon vecchio Cameriere, morto in un buco infernale, morto in una cella infame del centro clinico di Regina Coeli. Ho conosciuto Francesco Cameriere gli portavo la colazione ogni mattina; ricordo bene il suo cognome poiché lo leggevo su una busta tutte le mattinè, “per i diabetici niente marmellata” diceva la busta, ai diabetici tutto amaro. Lo ricordo come un vecchietto dolce, ho ancora impressa la faccia buffa quando beveva il caffè amaro: “è troppo amaro a zio”, sicuramente dandogli un po’ di caffè zuccherato gli facevo più male che bene, ma io non riuscivo a negargli pure lo zucchero in quella realtà, che come potete constatare ha avuto un finale così amaro.

Maledico chi l’ha fatto morire in quel buco e maledico anche me stesso, maledico me e questo inferno che mi ha quasi tappato gli occhi, maledico quel fottuto carrello che ogni mattina portavo.

Maledico me stesso che ha accetto di lavorare dentro il mostro, accettato di indossare quei sudici pantaloni marroni, per una buona relazione. Maledico lo sciocco che ero un anno fa. A cosa serve una buona relazione se è scritta da un boia, essere etichettato buono dal mostro equivale a piegarsi al suo volere. Perdonami cameriere se non ho gridato al posto tuo, perdonami, la colpa è mia come di chiunque ti ha incontrato e non s’è allarmato, perdonami dolce vecchietto, ma io non perdonerò loro. Perdonami perché io non mi lascerò più piegare, purtroppo è tardi, ad oggi avrei gridato per te, ad oggi non permetterei che il mostro mi accechi ancora, sai cosa dico al mostro: redigesse tutte le sue infamie prima di redigere una relazione su di me, scrivete di aver lasciato un vecchietto in balia di se stesso, hanno abbandonato e non hanno curato un vecchietto che come reato aveva furto di biciclette. Furto di biciclette ma vi rendete conto? Ho sempre creduto fossero altri i suoi reati, conoscendo ora la realtà che allora non ho approfondito, mi brucia in petto, credevo fossero altri, credevo fosse un po’ come il suo cellante “un noto bandito di altri tempi, caduto sotto i colpi della vecchiaia” eppure non è così, mi sento colpevole, i suoi occhi misti di dolcezza e follia (una follia buona s’intende) avrei dovuto leggerli, avrei dovuto comprendere, proprio perché anche io sono incompreso.

Avrei dovuto gridare al suo posto.

Perdonami povero vecchietto, morto in una gabbia indegna, che tu possa sfrecciare su una bella bici in una vita più degna e che stavolta tu possa guardarli dall’alto e non oppresso nel maledetto basso.

Addio Cameriere.

Edmond

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