V.L.A.D

Hanno plasmato le coscienze e soffocato le nostre morali, ci hanno imposto regole, dogmi e ambizioni, ambizioni così misere che il solo sopravvivere ci fa sentire signori. Gli stessi signori che ci tengono tutti stretti nella rincorsa alla sopravvivenza. Un giorno in questo mio tempo infinitamente lento mi sono chiesto:

perché accettare le loro verità?

Perché essere un agente della società che ci ha nutrito di miseria ma vuole sorrisi?

Perché dovrei sorriderle?

La bilancia di questo mondo è fottutamente tarata male, la verità dei pochi supera di gran lunga il peso dell’ingiustizia subita dai molti. Ho deciso di raccogliere fiori in campi di letame e sputare in faccia alla società quel letame con cui ci ha concimato, e che, ci giudica. Ho deciso di gridare all’ingiustizia che ci ha reso ingiusti, ho deciso di gridare per ogni oppresso, ho accettato di esserlo. Ho accettato l’aiuto dell’altro e messo da parte l’odio, ho deciso sin da ora che morirò per la mia causa, perché morire per una qualsiasi forma di libertà in un mondo che in ogni angolo la calpesta equivale a vivere per sempre.

Quindi, benvenuto nella mia vita VLAD, chiunque lotta per gli ultimi è mio fratello, chiunque vada oltre ogni spietato pregiudizio, muro e ingiustizia, può chiedermi qualsiasi cosa. Chiunque sappia andare oltre una verità dogmatica, che non può di certo inglobare tutti, merita le mie grida.

Ho l’obbligo di non rubare, nel momento in cui non mi rubano il futuro.

È mio diritto restare in silenzio, se nel silenzio non ci sono grida straziate.

Ho l’obbligo di lottare, se mi hanno ghettizzato e rotto il culo.

È mio diritto essere un bravo cittadino se il mostro non mi tende lame affilate.

Parafrasando un importante pensiero di Marx:

siamo tutti frutto del nostro ambiente, e noi siamo solo macchie sacrificabili che servono a chi sta in alto per sentirsi buono e pulito. La verità è che le loro macchie danno meno all’occhio ma sono assai peggiori, sono macchiati di uno smisurato egoismo.

Sono un carcerato, un ladro, uno stronzo, sono ciò che volete ma non sono un egoista. Questo basta per mantenere la mia morale più pulita della loro,

lunga vita agli oppressi

lunga vita a chi lotta per loro,

lunga vita a chi cerca un equilibrio in un mondo fottutamente squilibrato.

Edmond

MADRE.

Sangue pulsante,

io sono sangue pulsante di quella donna che, con non poca fatica, mi ha mantenuto al mondo;
Dico mantenuto e non messo, perché non si è limitata a farmi nascere,
Ha provato anche a mantenermi.

La forza di una mamma è stratosferica,
È un mantello che protegge in ogni circostanza.
Ed io, mamma, ti chiedo scusa se l’ho tolto,
Ti chiedo scusa se il nostro dolore ha fatto sì che io indossassi il mantello della ribellione, spodestando il tuo.

Perdonami mamma,
Perdona quest’anima deformata dal dolore che ha cercato di tirarsi a sè e ad allontanarti a fasi alterne.
Perdona quest’uomo, ai tuoi occhi sempre bambino,
Perdona le sue scelte, il suo mutare,
il suo mutare dannatamente in peggio.
Perdona se non ti ho aiutato a sorreggere il tuo dolore
e sono crollato nel mio.
Perdonami, perchè nonostante l’inevitabile mutare del mio essere, qualcosa di immutabile ancora esiste in me,
L’Amore per te.

Tuo E.

3.

È passato un altro giorno all’ Hotel Regina.                                                                                                                                                  Mentirei se dicessi che da ieri qualcosa è cambiato, alla lunga anche il cibo sembra lo stesso, ricordo il Natale del 2000 ma non ricordo il pranzo di ieri, è così monotono che non fa minima resistenza alla dimenticanza, se non fossi combattivo come ritengo di essere, diverrei monotono anche io. Questo posto e molte delle persone che lo popolano mi ripugnano quasi quanto lo Stato che ha creato le circostanze per cui io mi ci trovassi. Il mio odio mi salva dalla monotonia, l’indifferenza mi salva dalla demenza e la volontà mi salva da ambedue le morti che conosco: morale e fisica. Oggi è un nuovo giorno e la parola chiave è sempre la stessa: combatti.

Dalla cella 1 un vivo abbraccio.

Edmond Dantés