PRESIDIO @CARCERE DI VELLETRI

Cosa mi spetta? Cosa ci spetta? Cosa aspettate?

Aspettate anche voi che vi uccidano un figlio o aspettate che il gusto amaro della Giustizia ingiusta riempia anche le vostre bocche?

Aspettate che capiti a voi per dire basta?

Non aspettate troppo a lungo, può anche darsi che il giorno che il dolore vi spinga a gridare basta sarete soli e strozzati anche voi, perché se oggi vi girate dall’altra parte questo mostro sarà solo mio. Se oggi lasciate me morire di un’ingiustizia che potrebbe riguardarci tutti, domani sarò solo un fantasma, e un fantasma non può gridare basta insieme a voi.

BASTA-BASTA-BASTA!

Quante volte l’ho sentito, quante volte ho visto i cosiddetti buoni farlo gridare ai cosiddetti cattivi. L’ho gridato anche io, mi tolgo dai panni di una madre afflitta e torno nei miei, mi tolgo dai suoi per tornare lo stronzo, brutto e cattivo, che il suo basta può gridarlo solo a se stesso in una cella d’isolamento con la testa spaccata.

Rubare è ingiusto, è quindi giusto che io venga derubato di tutta la mia dignità?

Bene, io trovo che affamare masse per arricchirsi e soggiogare con mondezza culturale o illusioni elettorali sia molto più ingiusto, trovo ingiusto che chi, povero come me, porti una divisa per difenderli. Difendere chi ci affama, difendere i criminali in doppio petto che hanno una posizione, e uccidere il criminale povero che nasce dall’ambiente che i primi hanno creato.

Non siete stanchi di essere vigliacchi?

Non siete stanchi di farvi dire cosa è giusto e cosa è sbagliato da chi la giustizia non sa proprio dove sta di casa?

C’è bisogno che vi spacchino la testa e derubino di ogni sorta di dignità per farvi guardare oltre il vostro fottuto salotto? O, c’è bisogno che vi uccidano un figlio?

Per favore non fatevi ammaliare da chi è ricco di beni e povero di coscienza e morale, guardatevi dentro, cercate un grido, il mio quest’oggi è per un ragazzo come me, morto in un carcere come quello in cui mi trovo io. Quel ragazzo potevo essere io, io potrei essere voi, e voi, anche se non ve lo auguro, potreste finire qui, ricordate che la Giustizia non è poi così giusta.

Prevenite, gridate basta.

Vostro affezionato Edmond degli abissi.

 

HASSAN

Si muore un po’

Tu non morire

Mi rialzerò
Non questo aprile
Il ragazzo che è morto impiccato pochi giorni fa in una cella farà fatica a rialzarsi, farà fatica la sua famiglia ad accettarlo, morto in una cella di isolamento dopo un pestaggio, morto in un braccio, morto da ostaggio.
Cari miei non ci credo, io che conosco il mostro non credo che quel ragazzo si sia impiccato da solo, fanculo non ci credo; io vi conosco, io mi conosco, conosco la rabbia di un ventunenne in una gabbia, come conosco la viltà dei tanti stronzi che avrebbero dovuto sedarla piuttosto che ammazzarla. Hanno ucciso la sua rabbia, hanno appeso il suo corpo, è questo quello che penso; nessun eufemismo, nessun messaggio velato, lo stato uccide chi non conosce il giusto modo per difendersi, lo stato crea confusione, e nella confusione pian piano ci annulla.
Non si muore uccisi a 21 anni, non si muore per i capricci dei vili, non si muore annullati dal nulla; chi ci uccide è il nulla, nullità che cercano di dare sfogo alle loro frustrazioni solo in netto vantaggio, quella divisa con cui hanno ucciso è un valtaggio; un ragazzo è morto e degli stronzi potranno dire che si è impiccato, un tricolore di merda garantirà per loro il reato.
Domani diranno che il ventunenne era incontrollabile, era depresso, domani i suoi carnefici cascheranno dalle nuvole; “nessuno ha ucciso nessuno, noi qua siamo il bene”. Ma io mi chiedo quanto male deve uccidere il bene prima di divenire male; se trucidi ciò che ritieni male sei male a tua volta, se giudichi senza mai comprendere sei solo un’arma squallida che qualcuno più in alto di te guida. Ma a me oggi importa poco chi t’ha guidato, anche a me il disagio che ho vissuto mi ha portato a questi cessi, ma io pago, fanculo pago, pago molto di più di quanto vi devo, pago con i miei anni, le mie lacrime, il mio sangue, continuo a pagare una tassa al nulla. Continuando ad aspettare il giorno che paghiate anche voi.
Scusate cari miei ma sono un po’ arrabbiato, abbraccio la famiglia del ragazzo ucciso pochi giorni fà insieme a tutte le famiglie che piangono i loro cari.
La giustizia è morta, eppure continua ad ucciderci.
Ed

GRIDO SOFFOCATO DA UNA CORDA

Non ricordo d’esser morto in questi giorni,

Ma c’è morte oltre inchiostro su ‘sti fogli;

Non ricordo quando e come ci siam visti,

Stessi volti, stesse mura, sguardi tristi;

Non ricordo piú il tuo nome ma ora scrivo

Del tuo mondo così buio e oppressivo;

Non ricordo cosa paghi, il prezzo è alto,

Troppo male e sogni infranti in quest’asfalto,

Troppo male se il dolore non ha canto

Scoppia dentro e ci riporta sempre in basso;

Troppo male se si è soli ad ogni fianco.

Sguardo perso, corda tesa, ha vinto il banco.

Con questa donna ha vinto il banco amici miei, ha vinto il mostro. Oggi il telegiornale parla, domani tace, oggi si muore, domani il mondo avrà scordato; qualcuno farà una smorfia senza pensare al dolore che ti spinge a questo gesto, più di qualcuno se ne fotterà perché era una carcerata, m qualcuno chiederà quale fu la sua strada e con quanto affanno e dolore l’ha percorsa. Io che conosco il muro me lo chiedo, io che conosco il muro voglio raccogliere quel grido soffocato da una corda e gridare al posto suo.

Non conosco il tuo reato, non conosco il tuo volto, non conosco la tua voce, eppure la sento, qualcosa mi chiede di gridare al tuo posto, qualcosa mi impedisce di stare muto a crogiolarmi nel mio dolore mentre il sistema e i numerosi mostri che ha creato ci uccidono, e allora che questa mia poesia aleggi tra la mia gente e che possa restituirti il tempo rubato, quel tempo su cui hai deciso di mettere la croce.

Conosco il muro, conosco le violenze e conosco il senso di impotenza, anch’io so che vuol dire essere soli, anch’io mi sento morire, forse sono solo più fortunato d’altri e a questa mia fortuna voglio dare un senso, voglio dare una rima e tra le mille che ho scritto per gl’ultimi questa è per te.

Buon viaggio Compagna, ti auguro il meglio che non hai avuto, e auguro il peggio a chi ti ha lasciato morire all’inferno.

Come può un sistema malato e privo di educazione rieducarci senza annientarci?

Come rendi più umana una persona con trattamenti disumani?

E se la delinquenza fosse una malattia oltre che un disagio causato dalla povertà e dal sistema, dov è la cura?

È forse il sangue l’antidoto?

Oppure il cemento?

EDMOND

IL DOLORE FUGGE

La risposta di una lettrice

 

Il dolore fugge.

Avanza.

Distrugge.

Le gole sputano sangue

prima di sparare amare sentenze.

Dita infuocate in labirinti

avariati.

Carni ammazzate

in spiagge desolate.

Dove la musica si nasconde

quando gli inferi avanzano?

Dove la luce si trova

quando il buio ci travolge?

Scoppia nel cuore

una voglia.

La tengo nascosta.

Sempre più mia.

 

Piogge e soli si susseguono

Corpi e rumori si stendono.

Illusioni e speranze si aprono.

Corri nel mare

Inizia a cantare,

Se sei cavaliere, non puoi aspettare.

Se sei guerriero, non puoi fermare.

 

Ti sento.

CHI?

Di Krow

Un’altra anima che vola,
Nessuno che ha ascoltato la sua memoria,
Lo stato sorvola,
Un’altro corpo che ci lascia,
Mentre nessuna lacrima scola.
Sarebbe bastata forse una parola,
Un taio sulla gola,
Pe uscì dall inferno,
Di cemento.
E adesso chi risponde pe un ragazzo,
Morto al gabbio,
Rimasto senza spazio,
In un angolo.
Chi affronta l’argomento,
Co la famiglia in preda all’abbattimento.
Chi ce parla co la madre,
Chi l’affronta sto tormento che se porterà dentro..
Chi c’avrà il coraggio de dije che è tutto apposto.
Un altro morto per lo stato.
Un’altra volta che sto problema non verrà affrontato.
Perché se commetti un reato.
Non c’hai diritto a esse aiutato?
Servissero ste parole per faje rivede un raggio de sole.
Scriverei in alto il nome
Pe non vede più nessuna croce.

KROW

LADRO DI BICICLETTE.

Povero il buon vecchio Cameriere, morto in un buco infernale, morto in una cella infame del centro clinico di Regina Coeli. Ho conosciuto Francesco Cameriere gli portavo la colazione ogni mattina; ricordo bene il suo cognome poiché lo leggevo su una busta tutte le mattinè, “per i diabetici niente marmellata” diceva la busta, ai diabetici tutto amaro. Lo ricordo come un vecchietto dolce, ho ancora impressa la faccia buffa quando beveva il caffè amaro: “è troppo amaro a zio”, sicuramente dandogli un po’ di caffè zuccherato gli facevo più male che bene, ma io non riuscivo a negargli pure lo zucchero in quella realtà, che come potete constatare ha avuto un finale così amaro.

Maledico chi l’ha fatto morire in quel buco e maledico anche me stesso, maledico me e questo inferno che mi ha quasi tappato gli occhi, maledico quel fottuto carrello che ogni mattina portavo.

Maledico me stesso che ha accetto di lavorare dentro il mostro, accettato di indossare quei sudici pantaloni marroni, per una buona relazione. Maledico lo sciocco che ero un anno fa. A cosa serve una buona relazione se è scritta da un boia, essere etichettato buono dal mostro equivale a piegarsi al suo volere. Perdonami cameriere se non ho gridato al posto tuo, perdonami, la colpa è mia come di chiunque ti ha incontrato e non s’è allarmato, perdonami dolce vecchietto, ma io non perdonerò loro. Perdonami perché io non mi lascerò più piegare, purtroppo è tardi, ad oggi avrei gridato per te, ad oggi non permetterei che il mostro mi accechi ancora, sai cosa dico al mostro: redigesse tutte le sue infamie prima di redigere una relazione su di me, scrivete di aver lasciato un vecchietto in balia di se stesso, hanno abbandonato e non hanno curato un vecchietto che come reato aveva furto di biciclette. Furto di biciclette ma vi rendete conto? Ho sempre creduto fossero altri i suoi reati, conoscendo ora la realtà che allora non ho approfondito, mi brucia in petto, credevo fossero altri, credevo fosse un po’ come il suo cellante “un noto bandito di altri tempi, caduto sotto i colpi della vecchiaia” eppure non è così, mi sento colpevole, i suoi occhi misti di dolcezza e follia (una follia buona s’intende) avrei dovuto leggerli, avrei dovuto comprendere, proprio perché anche io sono incompreso.

Avrei dovuto gridare al suo posto.

Perdonami povero vecchietto, morto in una gabbia indegna, che tu possa sfrecciare su una bella bici in una vita più degna e che stavolta tu possa guardarli dall’alto e non oppresso nel maledetto basso.

Addio Cameriere.

Edmond

STATO E MORTE.

Io ti capisco amico mio, ti capisco e ti chiamo così anche se non ci conosciamo. Ti capisco perché il mondo ci ha riservato lo stesso cappio. Conosco il tuo lacerante dolore, forse non completamente, ma lo capisco, lo sento.

Conosco quel cappio, conosco il buio nella mente, e, anche se io l’ho vinto non ti considero meno forte, non ti considero meno uomo. A vent’anni si è forti, vivi e anche le emozioni hanno un peso diverso, ci schiacciano, ci finiscono, ci addolorano così tanto che la nostra immensa forza si tramuta in agonia.

Caro Compagno non scrivo ciò per compassione, anche perché, tu purtroppo la mia compassione non la puoi più percepire, ciò che scrivo non è dedicato alla tua attenzione, so che non puoi darmela, ciò che scrivo è dedicato ai tanti coetanei qui dentro. Ai tanti figli di nessuno per cui la tua morte è solo una delle tante che sentono.

Ma non è così, amico mio. Tu hai gridato, è ora di ascoltare.

Noi non possiamo morire, noi siamo fiori che crescono nel giardino del dolore. I fiori che la società nasconde, copre, per paura che sboccino troppo belli, non possiamo farci falciare dallo Stato e dalla Morte.

Ciao Valerio.

Il mio cuore piange come il vostro.

Edmond.