Apri, chiudi, strilli, apri, chiavi, mangi, lavi, chiudi, leggi, dormi

Giornate troppo lunghe perché io possa creare un itinerario che mi faccia sfuggire dalla noia addolorata di questo posto.

Apri, chiudi, strilli, apri, chiavi, mangi, lavi, chiudi, leggi, dormi.

E poi via a un altro giorno fottutamente simile.

Apri, chiudi, strilli, apri, corri, mangi, chiavi, chiudi, leggi, dormi.

Ho un fottutto mal di schiena amici miei, due anni su questi materassi lerci di gomma piuma rompono la schiena, anche ad un venticinquenne.
Troppe ore su una branda di ferro troppo consumata e solo la gomma piuma che ci divide.
Troppe ore a correre sul cemento non allungando mai lo sguardo, anche gli alberi che si trovano all’aria ormai mi sembrano prigionieri. Quando sono arrivato a Rebibbia, venivo da una situazione peggiore, anche un albero mi ricordava la libertà. Ora un albero inneggia alla pietà, poiché anche lui si trova in questo posto di merda.

Oggi mi rode il culo, il mal di schiena non passa, stare sdraiato a leggere non mi distrae, no!
Nemmeno i miei amati libri spezzano la routine oggi.
Penso a domani, penso che forse tornerò a scuola. Così alla ballata di sopra aggiungerò anche quello.

È che ogni tanto non mi va di montare finti sorrisi sul mio volto. Non mi va di sentirmi dire:”cos’hai Edmond, perché sei triste? Tu sei forte, non devi buttarti via.”
Tante volte preferisco stare nel freddo del mio letto coperto di rabbia, invece di inventare draghi per fingere che sia tutto apposto.

Qualche giorno fa hanno letto i miei racconti al teatro del carcere, mentre il megafono chiamava più volte il mio nome, io correvo, correvo in tondo. Correvo senza scappare, correvo via da quegli applausi. Correvo via dalle facce Delle istituzioni che si sarebbero complimentate con me. Sono miei nemici, lo sono ancora. E se dei miei racconti li hanno inteneriti che restino comunque lontani, poiché non sanno che l’odio che serbo in gran parte è dedicato a loro.

Ho mal di schiena, qualcosa di più grande di me lì fuori mi strazia l’anima, eppure leggo, eppure corro, eppure mangio; ma non mi si chieda di fingere, non adesso.
Che poi chi vi ha dato l’ok per leggere i miei racconti? Il blog? Chi ha mai detto di volersi mostrare così tanto al mostro?
Leggere qualche poesia durante gli spettacoli teatrali va bene, ma leggere la mia vita, il mio dolore, volermi presentare su un palco come se mi si conoscesse. Non mi conoscono, se mi conoscessero saprebbero che i miei racconti e la mia storia sono per la mia gente e non per le istituzioni. Se mi conoscessero non avrebbero detto: “dorme, classica imprevedibilità degli artisti”.
Non dormivo affatto, correvo. Correvo e tenevo lontana  la mia lingua dal culo delle istruzioni, da chi di fronte a me si veste di Stato. Andate a fanculo, io non ho Stato.
Uscirò con fortuna o a fine pena, di certo non diverrò vostro amico.
Tornerò a scuola. Ma non mi cimenterò più ad abbellire il mostro che mi possiede, non mi farò prendere per il culo da persone che fingono una volta e dieci no, ma quando ci sono esigono il tuo tempo. Perché tanto tu in questo cesso cos’hai da fare? Niente, non ho da fare niente, meglio niente che farmi prendere per il culo.

Io per il mondo sono altro,

Forse un reietto dal dolce canto.

Per la mia sorte sono un lampo,

Freddo, veloce e senza scampo.

Fuck the sistem!

EDMOND

HO INNALZATO SOGNI PIÙ ALTI DI ‘STE MURA

20171010_105242.jpgDa oggi alla Snia, via prenestina 173, Roma a “Logos festa della parola” troverete il libro di Matricola, maglie e adesivi!

 

Qualcuno mi ha detto: “Cazzo! Ma allora tu sei Edmond, ormai ti conoscono anche i sassi”. I sassi, i sassi. I sassi più che conoscermi mi sono stati lanciati, ma lasciamo perdere; d’altronde non è certo una novità, ogni randagio nella sua vita ha una quota di sassate da smaltire, e per quanto non lo trovi giusto, oggi non ho voglia di piangermi addosso ulteriormente.
E così sta uscendo il nostro libro, e così stanno uscendo i miei racconti.
Sarebbe un finale perfetto, ma cari miei, alla fine ancora non siamo arrivati.
Che sia un bene? O è un male? Migliorerò? mi lascerò andare? Non lo so, e poi un po’ mi dispiace, sono tutti così radiosi, tutti così felici, tutti pronti a comprare un mio libro, e soprattutto, tutti pronti a leggerlo.
Di punto in bianco la macchia nera all’angolo, che molti hanno evitato poiché così fastidiosa, su quel bel muro, è diventata un punto di riferimento. Riderei se solo non stessi piangendo, d’improvviso “puff” valgo qualcosa.

La cosa mi destabilizza, non so più cosa aspettarmi da chi ho di fronte, non so quanti abbiano sostituito la lama che nascondevano con un fiore, non so quanto sia vero quel loro pregiudizio sconfitto dall’amore, non so quanto io sia veramente il guerriero che su voi fa scalpore.

Il mondo che m’ama non mi riconosce,

Il volto, l’odore, i tratti, le angosce,

Il mondo che m’odia mi stringe ogni notte,

Tra gabbie, sudore, violenza e le botte,

Il modo migliore per vincere i forse,

È un farsi uccidere da queste morse,

Ma forse, forze non avrò

forse troppo stanco cadrò
Ma forse, il mio inferno fotterò,
Continuano i forse, ancora non so.

Buona lettura Edmond

POMERIGGI

 

Non voglio ascoltare, non oggi, oggi non esiste nulla, eccetto la realtà.

Non c’è laccio che stringa il cuore come la mia poesia,

non c’è caos che possa farmi scordare ancora chi io sia.

Questo cielo sarà aperto, ma c’è vento.

Sono in lotta con me stesso già da tempo.

Sono in lotta con me stesso e non mi pento.

Come potrei pentirmi se sto mondo non fa altro che colpirmi.

Merda sono sceso,
Mangio chili di letame e perdo peso,
mangio chili di letame ed è tutto tetro.

Volevo parlar d’amore in ogni mia poesia ma non mi è concesso, status cesso.

Zampillo odio perché d’amar non m’è concesso.

Ho messo un veto a questa merda, mi faccio raggiungere solo se è essenziale. Eppure non capisce, è sempre qui dietro l’angolo pronta a raggiungermi, è sempre fottutamente pronta ad avvolgermi.

Cosa cerci da me oggi?

Non serve che mi avvolgi, io il tuo fetore lo sento a chilometri.

Quest’oggi ti proibisco di raggiungermi, quest’oggi.

Uscirò da sto fango, ci sono troppi occhi che mi amano, questo non è il mondo, un mondo pavido.

Armati per il posto in cui stai andando, armati c’è troppo fango.

Vestiti di sogni se il tuo sogno sta scappando, vestiti di sogni se sei pronta a questo tango.

Mostra alla tua sorte il tuo ballo più feroce, mostra la tua forza ma la tengo io la croce.

Porta l’amore negli occhi tralasciando debolezze, strappa ciò che ami da vili carezze.

C’è spazio tra i peggiori, sbraccia fatti avanti, conquista un posto perché i migliori non ti vogliono.

C’è chi impara dai libri e chi dalla strada. E se facessimo entrambi?

Se riuscissimo a rapportarci con l’intellettuale e con il delinquente allo stesso modo?

E se riuscissimo a parlare con gli uni e con gli altri senza alcun pregiudizio? Quante storie ho ascoltato in questo posto.

Morirò all’ultimo istante e così sia.
Morirò lontano dai primi e la loro liturgia.
Morirò senza vendere mai la mia poesia.
Morirò lottando perché gli ultimi son la gente mia.

È incredibile quanta strada ho fatto restando fermo, è incredibile che esistano pochi poeti realmente oppressi e uno di quelli sia io.
È incredibile come un mondo, spento e surreale, riesca ad entrare quasi tutto nella mia penna.
Incredibile è la forza che sento di non aver mai avuto, ma che ora ho.
Incredibile è il mio pubblico che mi aspetta oltre il muro.

Il mio volto pieno di spine
Al buio sento qualcosa nel petto. Rimbombano rime
Sento il profumo di una rosa.

La voglia di gridare anche dopo il patto perdo tre sensi ma acquisto coraggio.
La voglia di un fiore di campo.
Sogno ancora è il mio vanto.
Sogno che è un lampo.
Sogno che non sono stanco.

Buon pomeriggio,

EDMOND.

15.

Avete presente quando ci sono quelle circostanze un po’ banali che implicano di esprimere un desiderio, tipo: una stella cadente, spegnere le candeline, mangiare una primizia e così via. Sicuramente, anche chi come me lo trova assurdo, qualche desiderio l’avrà espresso. Tante persone alle volte desiderano ricchezza, beh io non ho mai cercato ricchezza, nemmeno in quei desideri così assurdi, ciò che ho sempre desiderato, anche in circostanze così assurde, è l’amore.

Lo so è banale e scontato ma io sono così, un inguaribile romantico, un poeta maledetto, un poeta sovversivo che non riconosce il dio sceso in terra né tantomeno il dio denaro. Eh già, a me soldi, showgirl e belle macchine non affascinano, a me affascina l’idea dell’amore, l’amore puro e incondizionato, l’amore che non stanca, l’amore sano.
Io, a malincuore, ho conosciuto solo amori malati e forse é per questo che ho un gran mal d’amore. A me questo mal d’amore comporta molta socialità, la paura di ciò che ho sempre desiderato è una strafottuta solitudine. Una solitudine che porta rabbia, senso di vuoto, senso di non appartenenza, un continuo sentirsi estranei e incompresi e questa rabbia forte che provo a sua volta porta: droga, alcool, violenza. Una violenza che inevitabilmente ha portato gabbie, mura, limitazioni. Potrei andare avanti ma credo sia chiaro, potrei addirittura cambiare rotta ed addolcire questi scritto con 1000 frasi d’amore che elabora il mio cervello, ma a che pro? Dov’è l’amore? Dov’era ieri? Dov’è sarà per i prossimi due o tre anni? Dov’è? Forse lo so dov’è, dove è sempre stato, lontano da me.

Mi ci riempio la bocca e torna sempre amara,
L’amore non ingrana l’amore a me me spara
Ma da dove? Da dove spara vorrei sapere.
Io per l’amore sono neve, fredda e sporca nelle vene.
E io che desidero amore invece che milioni,
Pure alle stelle cadenti ho rotto i coglioni.
La devo smette coi desideri da buffoni,
Ed è brutto essere buffoni soprattutto se si è soli.
Non c’è sorriso che rattoppi questi fori
Fori, fori nel petto
L’amore manca e io l’aspetto
Ciò che mi spetta è maledetto
Se ancora campo è per dispetto.

Edmond.

PASQUA.

Siamo arrivati a Pasqua, io non festeggio, resto fedele all’etica del vecchio detenuto che non fa neanche gli auguri di compleanno, ed è giusto così, perché un augurio qui dentro è davvero una blasfemia.

Vedo gente pronta a grandi mangiate, celle adibite a cucine, altre allestite per consumare l’eccesso di cibo. Ma la mia cella è rimasta tale e quale. La mia cella è lo specchio di chi la vive, ed io non mi vesto a festa. Guardandomi intorno sorge un’unica domanda: a che pro? Per quale motivo i miei compagni tengono a questi conformismi?

La risposta, spesso è “per svago”, ecco, io questo proprio non lo accetto, preferisco mi si prenda in giro, ditemi, tradizione, fede, fame, ma svago no. Non è uno svago stare in sei ammassati in una cella strafogandosi tra un ricordo e l’altro che brucia più dell’olio bollente sulla carne, come può essere uno svago festeggiare in questo mondo che ha solo limiti e nessun orizzonte, con il costante pensiero alla propria famiglia e a come stia festeggiando. Io penso che almeno quest’oggi i meno fortunati siano i più fortunati, a noi non interessa, noi non abbiamo nessun nucleo familiare e se ce l’abbiamo è talmente sfasciato che la Pasqua è l’ultimo dei pensieri. Le feste sono altre, per me, è festa quando vedo i rarissimo sorrisi dei volti troppi stanchi che con poca fatica ancora mi seguono, per me è festa quando mia madre riesce a non dare in escandescenze, o quando mia sorella sorride soddisfatta  di un esame che le è andato bene, per me è festa tutte le volte che entrano qui, in questo maledetto posto, per regalarmi un po’ di dolcezza, per me la festa più importante è quando nei loro occhi leggo la stessa felicità che c’è nei miei guardandole serene.

Lascio il Natale, la Pasqua e via dicendo agli altri, lascio queste feste a chi ha bisogno di sentirsi unito sotto un cielo comune tre volte l’anno, lascio queste feste a chi sogna solo in esse perché non ha altra voglia di sognare, le lascio a chi più mediocre degli altri ha ottenuto tutto dalla vita ma non gli è bastato. Allora, toh prenditi tutte le feste che vuoi, io ho ritagliato le mie, la mia festa oggi non è pasqua ma sapere che tu mi leggi con approvazione, la mia festa è e sempre sarà nei vostri occhi felici.

Edmond Dantès

SONO COME VOI.

 

6 Febbraio. Sangue mio senti i miei strilli, strani strilli. Strilli intonati d’amore e non di rabbia, d’amore per voi che lottate per noi. Finché un uomo ha qualcosa da amare non è perso. Non ho mai pregato dio, per questo voglio pregare l’uomo, prego cessi il suo accanimento giudiziario verso di noi, così che possa cessare la nostra rabbia.

Sapete cosa vuol dire essere un pregiudicato? Un pregiudicato è colpevole, è colpevole anche quando non lo è. Il pregiudicato è soggetto alle occhiatacce della gente, alla sua paura. A volte siamo così spinti al limite che ci abituiamo al carcere, perché sembra che il mondo esterno non ci voglia.

Ma io SONO COME VOI, mi rivolgo ai miei coetanei, una volta eravamo uguali, ci divertivamo con gli stessi giochi, ci appassionavano le stesse cose. Perché nessuno si è mai chiesto il motivo del mio cambiamento, perché un uomo abbandona il suo simile. Vi ho dato un esempio da non seguire, grazie a me sapete cosa non fare, non fate quello che ho fatto io. Adesso non vi chiedo di abbracciare me, ma abbracciate il mio ricordo di bambino, così da poter tornare indietro e tracciare vie che non ho mai tracciato.

Il dolore mi ha segnato ma un abbraccio può cambiare l’uomo più disperato. Aprite le nostre gabbie e cambiate il fato.

Edmond Dantés

8.

 

A volte ho la fottutissima sensazione che non uscirò vivo da questa sventura, forse è questo ciò che mi spinge a scrivere, o chissà, forse uno stupido presentimento infondato e io altrettanto stupido a tormentami.

L’altra notte ho sognato di morire qui, quando mi sono svegliato ero esattamente qui, è stato così reale da toccarmi. Non ho preoccupazioni per ciò che perderei, ho già perso. Mi spiace per le occasioni mai avute, mi spiace che l’uomo che sto diventando non sarà mai conosciuto, mi mortifica il fatto che mi si ricordi come un folle, uno sconclusionato, un facinoroso. Mi disgusta l’aver coltivato tutto tranne l’amore, io che nei miei sogni sarò morto mille volte per amore. Erano sogni morbidi, sogni vellutati, sogni. Al contrario la realtà è ruvida, dura e non dà spazio a ciò che abbiamo dentro, solo una penna te lo tira fuori.

L’isolamento mi porta a pensare a molte cose e oggi mi sono soffermato su questo, ho paura che sconfiggendo il mio dolore non mi resti più nulla. Ho ridimensionato i miei sogni, ma ora come ora, li trovo più belli che mai, solo l’amore può apparare i miei guai.

Edmond Dantès