IL DOLORE FUGGE

La risposta di una lettrice

 

Il dolore fugge.

Avanza.

Distrugge.

Le gole sputano sangue

prima di sparare amare sentenze.

Dita infuocate in labirinti

avariati.

Carni ammazzate

in spiagge desolate.

Dove la musica si nasconde

quando gli inferi avanzano?

Dove la luce si trova

quando il buio ci travolge?

Scoppia nel cuore

una voglia.

La tengo nascosta.

Sempre più mia.

 

Piogge e soli si susseguono

Corpi e rumori si stendono.

Illusioni e speranze si aprono.

Corri nel mare

Inizia a cantare,

Se sei cavaliere, non puoi aspettare.

Se sei guerriero, non puoi fermare.

 

Ti sento.

CHI?

Di Krow

Un’altra anima che vola,
Nessuno che ha ascoltato la sua memoria,
Lo stato sorvola,
Un’altro corpo che ci lascia,
Mentre nessuna lacrima scola.
Sarebbe bastata forse una parola,
Un taio sulla gola,
Pe uscì dall inferno,
Di cemento.
E adesso chi risponde pe un ragazzo,
Morto al gabbio,
Rimasto senza spazio,
In un angolo.
Chi affronta l’argomento,
Co la famiglia in preda all’abbattimento.
Chi ce parla co la madre,
Chi l’affronta sto tormento che se porterà dentro..
Chi c’avrà il coraggio de dije che è tutto apposto.
Un altro morto per lo stato.
Un’altra volta che sto problema non verrà affrontato.
Perché se commetti un reato.
Non c’hai diritto a esse aiutato?
Servissero ste parole per faje rivede un raggio de sole.
Scriverei in alto il nome
Pe non vede più nessuna croce.

KROW

LADRO DI BICICLETTE.

Povero il buon vecchio Cameriere, morto in un buco infernale, morto in una cella infame del centro clinico di Regina Coeli. Ho conosciuto Francesco Cameriere gli portavo la colazione ogni mattina; ricordo bene il suo cognome poiché lo leggevo su una busta tutte le mattinè, “per i diabetici niente marmellata” diceva la busta, ai diabetici tutto amaro. Lo ricordo come un vecchietto dolce, ho ancora impressa la faccia buffa quando beveva il caffè amaro: “è troppo amaro a zio”, sicuramente dandogli un po’ di caffè zuccherato gli facevo più male che bene, ma io non riuscivo a negargli pure lo zucchero in quella realtà, che come potete constatare ha avuto un finale così amaro.

Maledico chi l’ha fatto morire in quel buco e maledico anche me stesso, maledico me e questo inferno che mi ha quasi tappato gli occhi, maledico quel fottuto carrello che ogni mattina portavo.

Maledico me stesso che ha accetto di lavorare dentro il mostro, accettato di indossare quei sudici pantaloni marroni, per una buona relazione. Maledico lo sciocco che ero un anno fa. A cosa serve una buona relazione se è scritta da un boia, essere etichettato buono dal mostro equivale a piegarsi al suo volere. Perdonami cameriere se non ho gridato al posto tuo, perdonami, la colpa è mia come di chiunque ti ha incontrato e non s’è allarmato, perdonami dolce vecchietto, ma io non perdonerò loro. Perdonami perché io non mi lascerò più piegare, purtroppo è tardi, ad oggi avrei gridato per te, ad oggi non permetterei che il mostro mi accechi ancora, sai cosa dico al mostro: redigesse tutte le sue infamie prima di redigere una relazione su di me, scrivete di aver lasciato un vecchietto in balia di se stesso, hanno abbandonato e non hanno curato un vecchietto che come reato aveva furto di biciclette. Furto di biciclette ma vi rendete conto? Ho sempre creduto fossero altri i suoi reati, conoscendo ora la realtà che allora non ho approfondito, mi brucia in petto, credevo fossero altri, credevo fosse un po’ come il suo cellante “un noto bandito di altri tempi, caduto sotto i colpi della vecchiaia” eppure non è così, mi sento colpevole, i suoi occhi misti di dolcezza e follia (una follia buona s’intende) avrei dovuto leggerli, avrei dovuto comprendere, proprio perché anche io sono incompreso.

Avrei dovuto gridare al suo posto.

Perdonami povero vecchietto, morto in una gabbia indegna, che tu possa sfrecciare su una bella bici in una vita più degna e che stavolta tu possa guardarli dall’alto e non oppresso nel maledetto basso.

Addio Cameriere.

Edmond

Palestina.

Se avrò una figlia la chiamerò Palestina.

In onore di un popolo che ha sempre combattuto per la propria libertà e per la sua Terra.

La mia lotta per la libertà è ispirata ai miei fratelli palestinesi che soffrono ma combattono e non arretrano di un passo.

Mi tolsero tutto ma restava la fame, arrancare e rubare diventò una morale. Mi tolsero casa, diritti e onestà, ci misi poco a finire qua. Mi tolsero le mie doti non restò niente, un fantasma tra la gente che non vede, non parla e non sente. Non mi tolsero la mia Terra ma l’amore per essa, questo Stato mi calpesta in una gabbia troppo stretta.

Ventesimo giorno di punizione.

Qua stamo alla frutta, “amici” miei. Oggi uno chiedeva la carta igienica, l’altro je risponde che lui se pulisce coi giornali, non so quanti di voi siano stati in carcere vi assicuro che il Settimo di Regina Coeli è na cosa indecente, io non ce credevo, non è nella mia indole credere allo schifo finché non lo vivo. Passerà cari miei, non è questo il mio destino. Passerà, diventando un racconto di sofferenza che amplierà la mia storia. Si ha più paura della vita quanto si è nelle mie condizioni, affronterò il mio dolore, annegherò la mia rabbia, non sarà la morte a farmi luce ma la lotta.

Edmond Dantés

6.

Nuovo giorno all’Hotel Regina, metto le cuffie e mi preparo alle mie flessioni, non lascio atrofizzare il corpo sennò la mente lo segue di conseguenza. Affiorano mille pensieri tra una serie e un’altra, una canzone che mi trascina in ricordi di emozioni sepolte e troppo spesso dimenticate che colpiscono più forte di un manganello, ed io conosco entrambi i dolori. Ho nascosto mille sofferenze per non colpire chi mi ama, ma in realtà chi mi ama?

Sono un abaco che fa i conti con le emozioni ormai perdute, è una vita di sottrazioni e l’unica cosa che si moltiplica è il tempo che perdo. Vorrei dire di aver trovato chi mi ama ma non è così nei loro volti vedo pena, non amore, ed io odio la compassione. In questa vita vojo annà a dama non solo sulla scacchiera mia, vojo sconfigge mostri che non so solo mia, vojo aiutà chi è come me, ma senza condizione. Voglio occhi pieni d’amore quando se pronuncia il mio nome.

Una vita sbagliata non m’ha levato l’onore.

Edmond Dantés

 

5.

 

Oggi porto il fardello dell’indifferenza, del menefreghismo, perché il carcere comporta anche questo. Troppi volti, troppe storie, troppi cantastorie e in mezzo ad un fiume di parole insensate io scivolo meccanicamente negli ingranaggi dell’indifferenza. Un uomo intelligente dà un volto a ciò che lo circonda, io no. Sono talmente assopito da questo posto di merda che tutte le mattine mi alzo come un automa all’ora della conta, non distinguendo nemmeno i volti delle guardie che vengono a sbattere le sbarre, sono talmente abituato alle perquisizioni che se non fosse per qualche stronzata che a volte mi contestano non ci farei neppure più caso. Un giorno una donna intelligente mi chiese se avessi mai subito torture, io risi.

Avrei dovuto rispondere di sì: da me stesso, qui dentro siamo costretti a torturarci da soli, pensando, aspettando e trattando da signore chi signore non sarà mai. Io ho dovuto soffrire per capire e forse dovrò morire per rinascere. Intendo una morte spirituale perché una parte di me intende ancora lottare.

Mi sto radicalizzando perché il sistema non lo posso perdonare.

Edmond Dantés

4.

Come tutti i giorni il suono del cannone riempie la mia mente, il Gianicolo ha appuntamento fisso con il detenuto, se non sento quel rumore nemmeno l’appetito si fa sentire, quel suono è divenuto un input per cibarsi, ahahahha. Il suono mi è quasi divenuto dolce, immagino giovani donne di altri posti vicini e lontani che stupite scrutano questo grande e rumoroso cannone di altri tempi a l’ora dello scoppio. Vorrei essere lì, in quell’istante vorrei vedere il loro sguardo innocente guardare i miei occhi colpevoli senza giudicare, perché dopo tutto anche un assassino al patibolo ha occhi dolci per il suo amore e perché no per un rapinatore. Vorrei guardare quelle giovani donne che immagino e fargli capire che le pene che ho sofferto superano di gran lunga quelle che ho inflitto e che prima di un ladro sono un uomo sconfitto.

Edmond Dantès