UMILTÀ, PAZIENZA, SPERANZA

di ROSSO MALPELO

 

Il mio viaggio nella tossicodipendenza, e come conseguenza, nella microcriminalità, inizia più o meno tre anni fa.
Diciamocelo, non che prima fossi uno stinco di santo, ma il mio uso di sostanze stupefacenti si limitava al week end.  Si circostanziava al luogo dei rave party, dove mettevo anche musica, e non aveva le connotazioni di una dipendenza come quella in cui sono incappato quando l’eroina ed il crack hanno incrociato il mio percorso.

Il viaggio si è interrotto in maniera brusca, repentina, con il mio arresto il 21 febbraio dell’anno scorso.
Avevo tentato l’ennesima volta il suicidio con un cocktail di farmaci, alcool e droghe. All’arrivo dei carabinieri, che avevano scortato l’ambulanza, reagii in maniera ostile e minacciosa dovuta allo stato di alterazione e ai miei trascorsi con le forze dell’ordine, con il solo risultato di accollarmi così anche il reato di resistenza a pubblico ufficiale oltre a quelli di cui dovevo già rispondere.

Un bel paio di manette strette ai polsi hanno completato il quadro.
Dopo un rapido controllo in ospedale venivo condotto presso il carcere di Monza. Un carcere punitivo e restrittivo dove ho visto e vissuto cose che credevo potessero esistere solo nei film. Suicidi, sovraffollamento nelle celle, stupri di detenuti e botte dalle guardie alla minima alzata di testa. Fatti di cui solo gli addetti ai lavori sanno e di cui troppo spesso, nessuno parla.

Il carcere mi ha insegnato l’UMILTÀ e a districarmi fra le sue maglie fatte di regole taciute e codici comportamentali.
Dopo 5 mesi ed una perizia che attestava la mia incapacità di intendere e volere al momento dei fatti venni condotto alla REMS (Reparto Esecutivo Misure di Sicurezza) di Castiglione delle Stiviere. Un luogo che pochi conoscono e tutti odiano. Si tratta di una struttura sanitaria dedicata alle persone con accertate problematiche mentali che hanno commesso reati. Nel concreto una struttura dalle alte mura coronate da rotoli di filo spinato, nella quale non si fa niente se non alzarsi, mangiare, cacare e dormire. Dove la libertà di movimento si circostanzia in una saletta TV ed un giardinetto di piccole dimensioni. Dove se non ti attieni alle regole rischi di essere rinchiuso in una camera detta di “contenzione” legato al letto e forzato a
‘”curarti’’.
La REMS mi ha insegnato la PAZIENZA in una situazione di perenne stallo fisico e psicologico del quale non riuscivo a vedere la fine.
Il 15 ottobre di quest’anno venivo finalmente portato nella comunità Pinocchio, a Brescia, dove mi trovo tutt’ora nella misura di sicurezza della libertà vigilata.
Ho trovato un un clima molto più piacevole e riabilitativo della REMS e molto più sicuro del carcere. Qui ho iniziato finalmente un viaggio concreto teso alla risoluzione dei miei problemi, alla cura della mia tossicodipendenza ed ho intrapreso un percorso interiore teso a capire le motivazioni dei miei gesti impulsivi.
Il carcere mi ha insegnato l’umiltà.
La REMS la pazienza.
Ora finalmente sto imparando la SPERANZA.

STATO E MORTE.

Io ti capisco amico mio, ti capisco e ti chiamo così anche se non ci conosciamo. Ti capisco perché il mondo ci ha riservato lo stesso cappio. Conosco il tuo lacerante dolore, forse non completamente, ma lo capisco, lo sento.

Conosco quel cappio, conosco il buio nella mente, e, anche se io l’ho vinto non ti considero meno forte, non ti considero meno uomo. A vent’anni si è forti, vivi e anche le emozioni hanno un peso diverso, ci schiacciano, ci finiscono, ci addolorano così tanto che la nostra immensa forza si tramuta in agonia.

Caro Compagno non scrivo ciò per compassione, anche perché, tu purtroppo la mia compassione non la puoi più percepire, ciò che scrivo non è dedicato alla tua attenzione, so che non puoi darmela, ciò che scrivo è dedicato ai tanti coetanei qui dentro. Ai tanti figli di nessuno per cui la tua morte è solo una delle tante che sentono.

Ma non è così, amico mio. Tu hai gridato, è ora di ascoltare.

Noi non possiamo morire, noi siamo fiori che crescono nel giardino del dolore. I fiori che la società nasconde, copre, per paura che sboccino troppo belli, non possiamo farci falciare dallo Stato e dalla Morte.

Ciao Valerio.

Il mio cuore piange come il vostro.

Edmond.