FLASHBACK.

Tu non conosci il settimo, no non puoi. Non puoi conoscere quel posto dove agli uomini viene tolto anche il diritto più basilare. Non puoi conoscere il posto dove uomini rendono altri uomini bestie. Non puoi conoscere quel posto dove il tempo non ha giurisdizione, dove i minuti sembrano ore e i giorni settimane. Ho visto molte gabbie prima di quelle, ma è lì che è nato Edmond, è lì, che stanco, frustrato, annoiato  e incazzato ho preso una penna e ho cominciato.

Di nuovo nella pancia del mostro questa volta la sua pancia è più grande le sue gabbie più opprimenti, le sue strilla più acute. Di nuovo inghiottito, ma questa volta non credo mi espellerà, questa volta non ho forze, questa volta sono solo.

Ogni dannata mattina mi alzano bruscamente, ogni dannata mattina c’è una conta più violenta di quella che ricordavo. Avessi la forza della prima volta che entrai gli creerei non pochi problemi, e co sto vitto rancido a cui siamo costretti ci pitterei le loro facce. Ma non ho le forze, scusa sorella mia se ti ho illuso, scusa se con violenza ho vietato all’avvocato di farvi venire qui, scusa sangue mio ma questo mio riposo è dubbio, non so se mi sveglierò.

È passato un anno ed io ho lottato la mia penna è stata la mia spada, il mio sonno è terminato e ora che non dormo più non permetto al mostro di digerirmi, non permetto ad Edmond di morire.

Sangue mio, io sono Edmond. Lotterò, lotteremo.

Edmond Dantès

Palestina.

Se avrò una figlia la chiamerò Palestina.

In onore di un popolo che ha sempre combattuto per la propria libertà e per la sua Terra.

La mia lotta per la libertà è ispirata ai miei fratelli palestinesi che soffrono ma combattono e non arretrano di un passo.

Mi tolsero tutto ma restava la fame, arrancare e rubare diventò una morale. Mi tolsero casa, diritti e onestà, ci misi poco a finire qua. Mi tolsero le mie doti non restò niente, un fantasma tra la gente che non vede, non parla e non sente. Non mi tolsero la mia Terra ma l’amore per essa, questo Stato mi calpesta in una gabbia troppo stretta.

Ventesimo giorno di punizione.

Qua stamo alla frutta, “amici” miei. Oggi uno chiedeva la carta igienica, l’altro je risponde che lui se pulisce coi giornali, non so quanti di voi siano stati in carcere vi assicuro che il Settimo di Regina Coeli è na cosa indecente, io non ce credevo, non è nella mia indole credere allo schifo finché non lo vivo. Passerà cari miei, non è questo il mio destino. Passerà, diventando un racconto di sofferenza che amplierà la mia storia. Si ha più paura della vita quanto si è nelle mie condizioni, affronterò il mio dolore, annegherò la mia rabbia, non sarà la morte a farmi luce ma la lotta.

Edmond Dantés

8.

 

A volte ho la fottutissima sensazione che non uscirò vivo da questa sventura, forse è questo ciò che mi spinge a scrivere, o chissà, forse uno stupido presentimento infondato e io altrettanto stupido a tormentami.

L’altra notte ho sognato di morire qui, quando mi sono svegliato ero esattamente qui, è stato così reale da toccarmi. Non ho preoccupazioni per ciò che perderei, ho già perso. Mi spiace per le occasioni mai avute, mi spiace che l’uomo che sto diventando non sarà mai conosciuto, mi mortifica il fatto che mi si ricordi come un folle, uno sconclusionato, un facinoroso. Mi disgusta l’aver coltivato tutto tranne l’amore, io che nei miei sogni sarò morto mille volte per amore. Erano sogni morbidi, sogni vellutati, sogni. Al contrario la realtà è ruvida, dura e non dà spazio a ciò che abbiamo dentro, solo una penna te lo tira fuori.

L’isolamento mi porta a pensare a molte cose e oggi mi sono soffermato su questo, ho paura che sconfiggendo il mio dolore non mi resti più nulla. Ho ridimensionato i miei sogni, ma ora come ora, li trovo più belli che mai, solo l’amore può apparare i miei guai.

Edmond Dantès

Intro.

I bracci che ho visto non hanno maniche ma numeri, nomi e sigle.

Lo Stato che conosco non rieduca ma punisce, questo Stato ha costretto i miei occhi a morte, disagio e povertà. Miei simili attaccati a corde, randagi come me che ringhiano l’un l’altro senza comprendere che siamo uguali che la nostra rabbia porta lo stesso nome, siamo figli di un dio minore. Ho visto corpi spenti e occhi pieni di vitalità, qui dentro è il contrario sono gli occhi che sono spenti. Se vuoi uccidere un uomo dagli delle speranze e uccidigliele una dopo l’altra, lo Stato infligge su di noi la propria lama tutti i giorni tramite magistrati, politici e polizia. Lo Stato non cerca persone rieducate ma animali annichiliti da portare al macello, animali che a furia di sentir soffrire i propri simili inconsciamente corrono verso il mattatoio, le speranze sono molteplici ma lo stato sadico le uccide tutte ed io nel mio piccolo ho smesso di sperare, la salvezza sta nel comprendere e lottare.

La mia gabbia trema…

Edmond dantés