HASSAN

Si muore un po’

Tu non morire

Mi rialzerò
Non questo aprile
Il ragazzo che è morto impiccato pochi giorni fa in una cella farà fatica a rialzarsi, farà fatica la sua famiglia ad accettarlo, morto in una cella di isolamento dopo un pestaggio, morto in un braccio, morto da ostaggio.
Cari miei non ci credo, io che conosco il mostro non credo che quel ragazzo si sia impiccato da solo, fanculo non ci credo; io vi conosco, io mi conosco, conosco la rabbia di un ventunenne in una gabbia, come conosco la viltà dei tanti stronzi che avrebbero dovuto sedarla piuttosto che ammazzarla. Hanno ucciso la sua rabbia, hanno appeso il suo corpo, è questo quello che penso; nessun eufemismo, nessun messaggio velato, lo stato uccide chi non conosce il giusto modo per difendersi, lo stato crea confusione, e nella confusione pian piano ci annulla.
Non si muore uccisi a 21 anni, non si muore per i capricci dei vili, non si muore annullati dal nulla; chi ci uccide è il nulla, nullità che cercano di dare sfogo alle loro frustrazioni solo in netto vantaggio, quella divisa con cui hanno ucciso è un valtaggio; un ragazzo è morto e degli stronzi potranno dire che si è impiccato, un tricolore di merda garantirà per loro il reato.
Domani diranno che il ventunenne era incontrollabile, era depresso, domani i suoi carnefici cascheranno dalle nuvole; “nessuno ha ucciso nessuno, noi qua siamo il bene”. Ma io mi chiedo quanto male deve uccidere il bene prima di divenire male; se trucidi ciò che ritieni male sei male a tua volta, se giudichi senza mai comprendere sei solo un’arma squallida che qualcuno più in alto di te guida. Ma a me oggi importa poco chi t’ha guidato, anche a me il disagio che ho vissuto mi ha portato a questi cessi, ma io pago, fanculo pago, pago molto di più di quanto vi devo, pago con i miei anni, le mie lacrime, il mio sangue, continuo a pagare una tassa al nulla. Continuando ad aspettare il giorno che paghiate anche voi.
Scusate cari miei ma sono un po’ arrabbiato, abbraccio la famiglia del ragazzo ucciso pochi giorni fà insieme a tutte le famiglie che piangono i loro cari.
La giustizia è morta, eppure continua ad ucciderci.
Ed

STATO E MORTE.

Io ti capisco amico mio, ti capisco e ti chiamo così anche se non ci conosciamo. Ti capisco perché il mondo ci ha riservato lo stesso cappio. Conosco il tuo lacerante dolore, forse non completamente, ma lo capisco, lo sento.

Conosco quel cappio, conosco il buio nella mente, e, anche se io l’ho vinto non ti considero meno forte, non ti considero meno uomo. A vent’anni si è forti, vivi e anche le emozioni hanno un peso diverso, ci schiacciano, ci finiscono, ci addolorano così tanto che la nostra immensa forza si tramuta in agonia.

Caro Compagno non scrivo ciò per compassione, anche perché, tu purtroppo la mia compassione non la puoi più percepire, ciò che scrivo non è dedicato alla tua attenzione, so che non puoi darmela, ciò che scrivo è dedicato ai tanti coetanei qui dentro. Ai tanti figli di nessuno per cui la tua morte è solo una delle tante che sentono.

Ma non è così, amico mio. Tu hai gridato, è ora di ascoltare.

Noi non possiamo morire, noi siamo fiori che crescono nel giardino del dolore. I fiori che la società nasconde, copre, per paura che sboccino troppo belli, non possiamo farci falciare dallo Stato e dalla Morte.

Ciao Valerio.

Il mio cuore piange come il vostro.

Edmond.